LO SPORT DAVANTI ALLA PROVA TRANSGENDER

Articolo pubblicato sul sito WEB “zeta.vision” a firma di Giuseppe Masciale.

Un piccolo passo in controtendenza: la Federcalcio tedesca ha annunciato che le persone transgender, intersessuali e non binarie potranno scegliere se giocare in squadre maschili o femminili a partire dalla stagione 2022-2023. La Federazione ha precisato anche che “le persone trasgender sportive  d’ora in poi potranno cambiare oppure restare nella squadra in cui giocavano in precedenza“, aggiungendo poi che “quando nell’attività sportiva non ci sono conseguenze sulla salute della persona che sta assumendo farmaci, quella persona può partecipare alla competizione, motivo per cui il nuovo regolamento esclude il doping“. La nuova regola sarà applicata al momento solo nel calcio giovanile e nel futsal amatoriale, ma è innegabile che sia un punto di svolta, soprattutto considerando le ultime decisioni della Fina (Federazione internazionale di nuoto) e della International Rugby League che hanno escluso le le donne transgender dalle competizioni internazionali femminili.

La scelta tedesca è figlia anche della legge del 2018 che consente una terza opzione di genere sui certificati di nascita per i bambini cosiddetti “intersessuali”, che non sono distintamente maschi o femmine. E dal 2018 il numero di persone registrate con il genere “indefinito” è aumentato in maniera crescente al punto che è emersa la necessità nello sport di definire delle nuove regole. La responsabile del calcio femminile Sabine Mammitzsch ha commentato: “Da tempo le associazioni statali e regionali, ma anche importanti persone singole, segnalavano le incertezze su come gestire la partecipazione sportiva di persone trasngender, intersessuali e non binarie. Quindi, viene accolta con favore l’introduzione di una regola nazionale e globale sul diritto di praticare sport“. Una decisione molto importante in tema di diritti umani, considerate le difficoltà del mondo del calcio ad aprirsi su questi temi. Non a caso è successo in Germania, dove le nuove regole sono testate dal 2019.

“L’esperienza ha dimostrato che questo non mette a rischio l’integrità della gara. Dopotutto, tutte le persone hanno diverse forza e abilità fisiche che portano soltanto al successo dell’insieme della squadra, a prescindere dal genere.”

Per anni il gotha dello sport ha considerato la questione troppo pericolosa da affrontare. Ora, però, non ha più scelta. L’emergere di donne trans d’élite, come la sollevatrice di pesi Laurel Hubbard, la nuotatrice Lia Thomas e la ciclista Emily Bridges, ha reso il tema sempre più rilevante. Le decisioni devono essere prese. Qualunque esse siano.

Domenica la Fina è stata la prima a prendere una posizione votando per escludere le donne trans dalle competizioni femminili internazionali. La sua argomentazione si può ridurre in breve al fatto che nuotatori come la Thomas conservano vantaggi fisici significativi (resistenza, potenza, velocità, forza e dimensioni polmonari). Sempre la scorsa settimana l’UCI, l’Unione Ciclistica Internazionale, ha deciso di introdurre regole più severe. Seppure ammettendo la necessità di rendere il ciclismo uno sport più inclusivo, dopo il caso Emily Bridges (esclusa dai Campionati Nazionali Omnium di Aprile per le minacce di boicottaggio delle altre atlete) ha introdotto delle linee guida più rigorose per la partecipazione delle donne transgender nelle gare di ciclismo femminile, dimezzando il limite massimo di testosterone plasmatico da 5 mol/L a 2,5 nmol/L e raddoppiando il periodo di transizione da 12 a 24 mesi.


La ciclista transgender Emily Bridges

Nel suo recente comunicato stampa l’UCI ha affermato di aver introdotto queste regole in seguito alla pubblicazione di quelli che ha chiamato “nuovi studi scientifici” nel 2020 e nel 2021.

“Le ultime pubblicazioni scientifiche dimostrano chiaramente che il ritorno dei marcatori della capacità di resistenza al “livello femminile” avviene entro sei-otto mesi con bassi livelli di testosterone nel sangue, mentre gli attesi adattamenti della massa muscolare e della forza/potenza muscolare richiedono molto più tempo (minimo due anni secondo un recente studio).”

Comunicato stampa UCI

Questi studi scientifici si basano fondamentalmente sul rapporto del Prof. Xavier Bigard e sulla ricerca degli scienziati svedesi Emma Hilton e Tommy Lundberg – entrambi apertamente contrari all’inclusione delle donne trans negli sport femminili – sugli effetti della soppressione del testosterone nelle donne transgender che “mostra cambiamenti molto modesti che in genere ammontano a circa il 5% dopo 12 mesi di trattamento“. Ma queste ricerche non sono condivise da tutta la comunità scientifica. È evidente, pertanto, che questo dell’UCI sia un goffo tentativo di sostenere sia il mondo transgender che coloro i quali ritengono incompatibili le atlete trans nello sport femminile.

Lo scontro è chiaro: da un lato i critici della partecipazione degli atleti transgender agli sport femminili affermano che questi atleti conservano un vantaggio sproporzionato rispetto alle altre atlete, dall’altro gli atleti transgender e i loro sostenitori sostengono l’inclusione e affermano che misure, come la riduzione del testosterone, aiutano a livellare le differenze di prestazione. Le discussioni interne al mondo scientifico sono ancora molto forti e non danno nessuna risposta netta. Al momento non esiste una soluzione che garantisca inclusione, equità e sicurezza, ma il mondo dello sport ha bisogno, ora più che mai, che una scelta priva di ambiguità venga presa unanimemente. Qualunque essa sia.

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