PREFERISCO “ARBITRA”

Post pubblicato dall’arbitra di Rugby, Clara Munarini, sulla pagina Facebook personale.

“Preferisco arbitra.

”La domanda mi è stata posta spesso, e fino a qualche anno fa rispondevo l’opposto di quanto scritto quassù.

Alcune considerazioni sparse, maturate nel tempo:

– la grammatica italiana non prevede il neutro, ogni sostantivo ha un maschile e un femminile, infatti “arbitra” esiste, anche se poco utilizzato; non è la “a” finale a fare la differenza, naturalmente, ma la declinazione della parola in sé, pertanto non ha senso parlare di “giornalistO” o “astronautO”, che sarebbero comunque errori: secondo la lingua italiana, questi sostantivi sono uguali al maschile e al femminile e vengono distinti dall’articolo, a differenze di “arbitra/o”, “maestra/o”, “sindaca/o”, “operaia/o” ecc ecc…

– nonostante sia grammaticalmente accurata, “arbitra” è una parola che suona cacofonica, anche alle mie orecchie, ma ci siamo mai chiesti il perché? Perché un sostantivo corretto, che descrive la realtà in modo esatto per quello che è, dovrebbe suonarci male all’orecchio? Forse perché non siamo abituati a sentirlo e, nel caso specifico, a identificare quel ruolo con il genere femminile? Proporrei dunque di sforzarci di utilizzarlo e renderlo non più cacofonico: alla fine, è solo questione di abitudine, benvenute allora “fabbrE, muratRICI e ingegnerE”;

– e veniamo dunque all’aspetto più filosofico: sono abbastanza certa che, se chiedessimo a un gruppo di persone di che genere si immaginano un arbitro, la maggioranza risponderebbe “maschio”, per abitudine e consuetudine, senza alcuna malafede, ma noi arbitre femmine esistiamo, ed è corretto essere descritte come tali; sono altrettanto certa che talvolta “arbitra” venga utilizzato come vezzeggiativo, nella migliore delle ipotesi con tono paterno e indulgente, nella peggiore con tono svilente: è accettabile? E’ accettabile che un termine risulti denigratorio solo perché declinato al femminile?

Iniziamo a proporre un cambiamento, asserendo che possiamo essere chiamate per quello che siamo (femmine): il linguaggio veicola la mentalità, non solo riporta le idee ma le forma, le plasma, è uno degli strumenti che portano all’insidiarsi in pianta stabile di un concetto nel pensiero comune, uno dei passi verso l’equità.

Clara Munarini

Noi di Regola 19, al netto di inevitabili e possibili errori, useremo sempre la declinazione al femminile per riconoscere pienamente alle donne il loro ruolo nella società, nel lavoro e nello sport.

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