Ecco perché la under 13 dovrebbe essere una categoria “esclusivamente” promozionale/3

di Emanuela Perilli

La Federazione Italiana Giuoco Handball nel marzo 2019 ha esteso l’attività agonistica anche agli Under 13 avanzando l’ipotesi della realizzazione di un Campionato nella stessa categoria.
Oltre a modificare il regolamento e a correre il rischio che alcune squadre, potrebbero non avere numeri sufficienti di atleti per potervi partecipare; questa scelta, porta con sé una profonda modifica degli aspetti metodologici e didattici dell’allenamento, con il rischio di saltare fasi propedeutiche indispensabili per la crescita dell’atleta.
Ma c’è un altro fattore di rischio, quello a mio avviso più grave, che questo avvicinamento precoce all’attività agonistica, esponga i ragazzi al fenomeno del Drop Out.
Questo fenomeno del “Drop Out” ovvero abbandono prematuro dell’attività sportiva, è stato studiato da diversi autori negli ultimi trent’anni; la fascia di età che presenta i dati più allarmati è quella dell’età adolescenziale.
Esistono due tipi di abbandono: VOLONTARIO e INVOLONTARIO.
Relativamente all’abbandono VOLONTARIO uno dei primi motivi consiste nella scelta di privilegiare altri impegni che possono essere familiari, scolastici oppure conseguenti a una eccessiva pressione esercitata sull’atleta da genitori, allenatori o più semplicemente dalla gara stessa (Petlichkoff, 1992).
Mentre per quanto riguarda l’abbandono INVOLONTARIO numerosi studi hanno sottolineato come in alcuni casi esso sia dovuto a qualcosa che va oltre la semplice volontà del singolo (Sarrazin e Guillet, 2001) basti pensare agli infortuni, alla mancanza di risorse o agli ambienti poco idonei per praticare sport.
Ma andiamo a sottolineare i fattori scatenanti il Drop-out nella fascia di età adolescenziale.
E’ possibile distinguere quattro macrocategorie di fattori scatenanti:

  • SOCIO-ECONOMICI – come ad esempio il basso reddito familiare o la cattiva gestione del tempo e degli impegni (il 56% di soggetti di scuola secondaria annovera, tra i fattori chiave del proprio abbandono, l’eccessivo impegno richiesto dallo studio)
  • PERSONALI – l’orientamento alla motivazione dipende dal contesto, dall’attitudine alla pratica sportiva, dal senso di insicurezza del soggetto e dalla mancanza di divertimento durante la pratica.
  • PSICO-SOCIALI – pressioni familiari, l’avere amici che non frequentano gli stessi contesti sportivi, la difficoltà nel rapporto con i compagni (come sottolineato dal 28% dei soggetti), lo stile eccessivamente autoritario dell’allenatore con conseguente mancanza di dialogo (cruciale per il 19% degli intervistati).
  • FATTORI LEGATI ALL’ATTIVITA’ IN SE’: monotonia degli allenamenti e conseguente mancanza di stimoli (il 65,4% degli intervistati lo ha annoverato tra le cause scatenanti il Drop-out) ansia agonistica, livelli di competitività esasperati, costi eccessivi, orari scomodi, difficile accessibilità agli impianti sportivi.
    Ma nello specifico andiamo a fare una valutazione del rischio annesso, alla competizione agonistica tra ragazzi di 12/13 anni e ragazzi di 10 anni, che presentano caratteristiche psicofisiche molto diverse.
    Il rischio infatti in questo caso, non è soltanto legato al differente sviluppo delle capacità motorie: sia capacità condizionali (ad esempio diversi livelli di espressione della forza e della resistenza) che coordinative (quali ad esempio la capacità di anticipazione
    fondamentale negli sport di squadra), ma anche nella marcata differenza di sviluppo cognitivo.
    Parlando di capacità di anticipazione motoria che si basa sulla capacità di saper prevedere ciò che il nostro avversario sta per fare, le ricerche hanno confermato che questa si afferma tra gli 8 e i 10 anni, mentre negli anni successivi (11-14 anni) il ragazzo familiarizza con il pensiero astratto e desidera vedere fin dove può arrivare, può programmare e fissarsi degli obbiettivi a lungo termine e si impegna nella cooperazione, mentre tra i 15-20 anni può preparare gli stadi più elevati della professionalità e vivere già il ruolo di adulto (Prunelli, 2002).
    Inoltre mentre nei più giovani (9-11 anni) è maggiormente dominante la dimensione affettiva come ad es. fare sport con gli amici, incontrarne nuovi e divertirsi; nelle fasce di età successive (12-14 anni) emergono più forti il desiderio di eccitamento e di entusiasmarsi, mentre solo successivamente (oltre i 14 anni) si evidenzia il desiderio di raggiungere e mantenere la migliore forma fisica e la competenza sportiva (Cei, 2005).
    Tutto ciò ci fa dedurre che sussistono notevoli differenze motivazionali tra queste fasce di età e che portare alla competizione prematura ragazzi di 10 anni possa in qualche modo bruciare le loro tappe e la loro spinta motivazionale che in questo periodo è soprattutto LUDICA; infatti questi ragazzini non solo dovranno confrontarsi con ragazzi che hanno capacità motorie differenti e superiori rispetto alle loro, ma saranno divergenti rispetto ai loro obbiettivi non più ludici, ma a carattere prevalentemente agonistico.
    Bloom (1985) ha condotto una ricerca in cui ha studiato per diversi anni come si era sviluppato il talento di un gruppo di 120 atleti di alto livello ed ha evidenziato che nella fase iniziale della loro carriera sportiva, ciò che risultava dominante era la componente ludica dell’attività che in tal modo aveva consentito di mantenere livelli di motivazione elevati nello svolgimento dello sport scelto. Questo approccio era stato sostenuto anche dal comportamento degli allenatori che avevano premiato principalmente l’impegno dei
    bambini piuttosto che i risultati ottenuti (Cei, 2005).
    Ci sono quindi differenti obbiettivi e competenze da realizzare nelle diverse fasce di età.
    Tutti gli operatori sportivi devono fare la loro parte, in maniera consapevole e costruttiva affinché l’attività sportiva possa garantire un sano sviluppo psicofisico dell’individuo.
    Anticipare i tempi vorrebbe dire rallentare la spinta motivazionale dei ragazzi e arrestare in qualche modo il loro percorso verso un sano sviluppo dell’autostima e dell’autoefficacia, ciò potrebbe portare al disinteresse, alla demotivazione e in un tempo non troppo lontano al Drop out.
    Lo sport che da sempre si è posto al servizio dei bambini, della loro crescita e del loro sviluppo, deve essere invece un utile mezzo per fargli acquisire quelle competenze uniche per affrontare qualsiasi ostacolo futuribile. Inoltre una sana attività sportiva, proporzionata al livello delle capacità individuali, che rispetti le tappe dello sviluppo evolutivo e delle capacità psicofisiche dell’individuo, resterà un valido mezzo per sviluppare l’autostima e l’autoefficacia che rappresentano gli ingredienti indispensabili per stare bene con se stessi e che garantiranno il raggiungimento dei migliori risultati sia in campo
    sportivo che nella vita.