Ecco perché la under 13 dovrebbe essere una categoria “esclusivamente” promozionale/2

di ANNA LATTUCA

Ho sempre in mente questo slogan: “è il bambino che sceglie lo sport, non è lo sport che sceglie il bambino!”

Questo è una “vera verità” in quanto la primordiale priorità di un bambino è quella di divertirsi giocando. Il gioco rappresenta il “lavoro” del bambino e l’impegno che esso mette affinché venga bene, è massimo. Ma giocare significa scoprire, significa crescere e crescere vuol dire diventare autonomi. L’autonomia consiste nella capacità di pensare ed agire senza condizionamenti esterni. Acquisirla vuol dire diventare guida di sé stessi, imparare a risolvere i problemi che via via si presentano. Il gioco e lo sport educativo non sono in contrapposizione allo sport agonistico, ma ne rappresentano la naturale base evolutiva. Infatti, non si deve credere che i primi servano per solo svago e il secondo per vincere i campionati giovanili. Imparare a giocare, dando il meglio di sé, nel rispetto delle regole e degli altri non è contrastante con l’acquisizione di una tecnica sportiva. Al contrario, è il presupposto per raggiungere traguardi agonistici elevati. Per questo credo che lo strumento gioco rappresenti la cornice ideale per l’educazione fisica e sportiva scolastica, in quanto crea quei presupposti che poi portano i bambini ad avere una preparazione psicofisica globale, e consapevole, pronta ad essere trasferita in tutte le situazioni successive.

Il termine educazione, affiancato ai termini fisica e sportiva, deve essere garanzia di grande professionalità nel proporre attività, situazioni e contesti, utili a includere tutti i bambini e sollecitare in loro lo sviluppo totale delle potenzialità possedute, piuttosto che l’apprendimento sterile di tecniche specializzate precocemente.

La specializzazione precoce, che sopravvaluta e distorce l’aspetto prestativo e plasma il bambino a misura dello sport, rischia di perdere di vista che è il bambino che “sceglie lo sport” e l’abbandono diventa altrettanto precoce. Alcuni bambini smettono subito a causa dell’eccesso di stress, mentre altri continuano anche senza provare piacere, e quindi perdendo il valore assoluto del gioco.

Purtroppo, noi adulti, siamo immersi in questa cultura, dove la priorità è l’agonismo e “fare diventare bravi subito” è il nostro obiettivo. Vediamo, quindi, lo sport come un punto di affermazione, lo vediamo dal nostro punto di vista. Non pensiamo che il gioco sia per i bambini il punto focale della loro formazione globale, che il piacere che provano deriva dal gioco stesso e non dalla vittoria a tutti i costi.

Si perde di vista una cosa importante: la differenza tra “età biologica” e “età cronologica” di un bambino che a volte non vanno di pari passo. Infatti, viene definita tra i 9 e i 12 anni “età d’oro della motricità”, periodo dove i bambini devono avere sollecitazioni varie, multilaterali e soprattutto appagante per poter sviluppare quelle che sono le basi su cui poggiano poi i fondamentali tecnici e tattici.

Far giocare i bambini come degli adulti, con le stesse regole ferree, con gli stessi stereotipi mentali, che gli stessi schemi, crea una limitazione nello sviluppo dell’autonomia di decisione da parte del bambino stesso attraverso situazioni-problema. Lasciare, quindi, che scopra da solo, attraverso il gioco meno agonistico, meno schematizzato, le soluzioni migliori per finalizzare un’azione.