La storia: un italiano a Dublino

Andrea Ongaro è uno scienziato, un marito, un padre e soprattutto un allenatore di pallamano

di Federica Rogato

Si chiama Andrea Ongaro ed è uno scienziato. Ma uno scienziato di quelli veri, anche se a lavoro preferiscono la nomenclatura di Ingegnere, con una laurea in Chimica e un curriculum da far spavento.

Vive in Irlanda, ma, dal nome, è chiaro a tutti che sia italiano. Ma Andrea, scienziato, marito e padre dei giovanissimi Liam e Lara ha una peculiarità che a noi affascina particolarmente; dopo il suo lavoro alla Intel a Dublino, si dedica alla sua più grande passione: l’Handball.

Già perché Andrea, 49 anni da compiere, è cresciuto pallamanisticamente parlando nel Cus Verona dove ha giocato e allenato seguendo tutta la trafila dei “patentini” fino a conseguire nel 2016 il Master Ehf Licenza Pro e oggi, dopo 20 anni nella Terra di San Patrizio, è il direttore tecnico della IOHA, l’Irish Olympic Handball Association.

Ho iniziato a giocare a Verona quando facevo le medie: all’epoca il professor Rosa insegnava nelle scuole e convogliava poi noi ragazzi nel Cus Verona: a 16 anni ho iniziato anche ad allenare i ragazzini e non ho più smesso, nel ’90 ho preso il primo livello, 7 anni dopo il secondo con Lino Cervar e Marco Cardinale”.

E proprio nel 1997 va in Irlanda per l’Erasmus, cerca qualche squadra per giocare, ma scopre che l’handball in Eire è un gioco che somiglia allo squash con commistioni di racchettoni, ma al posto delle racchette si gioca con le mani. La delusione è tanta, ma quando torna nel 2000 per il dottorato trova a Dublino un paio di squadre di quello che chiamano Olympic Handball che è la nostra pallamano: da allora gioca, poi allena, si perfeziona come tecnico partecipando a decine di corsi EHF in giro per il vecchio Continente fino a raggiungere il top con il Master EHF nel 2016.

“Sono un iperattivo quando si parla di pallamano: studio, elaboro, insegno. Dopo aver attaccato le spezial al chiodo, o le scarpe blu come le chiamavamo noi per riconoscere i giocatori di pallamano, ho allenato club maschili e femminili, la nazionale Irlandese di cui oggi sono direttore tecnico e, tra i tanti compiti ho quello di formare tecnici vecchi e nuovi per lo sviluppo di questa disciplina e poi da maggio scorso sono anche Delegato EHF, così resto in contatto con la pallamano Europea. Però è molto meglio allenare. Fare il delegato vuol dire prendersi molte responsabilità fuori dalla pallamano giocata”.

Ma quali sono gli ostacoli più grandi allo sviluppo di questo sport in un territorio così piccolo?

“Le motivazioni sono diverse: prima di tutto i ragazzi e le ragazze che si accingono a fare sport scelgono quelli più in voga e più noti: il calcio gaelico, Rugby e l’hurling sono i più quotati, poi qui parlare di handball sfocia in un misunderstanding visto che per loro è davvero un altro sport e si crea confusione. Grazie alla situazione economica è capitato che molti provenienti da altri stati europei si trasferissero in Irlanda e quindi la cultura della pallamano si è potuta sviluppare anche grazie a loro che hanno continuato a praticare questo sport anche qui, o anche grazie agli studenti dei progetti europei, ma abbiamo necessità di promuoverla meglio tra i giovani”.

In questo momento qual è la situazione della pallamano irlandese?

“Ci sono poche strutture in grado di ospitare l’handball, pertanto dobbiamo anche dividerle con gli altri sport: ci sono 6/7 club maschili e femminili e nelle scuole non si pratica sebbene – la buona notizia arriva -, il governo ha introdotto tra le discipline obbligatorie nelle scuole l’Olympic Handball e forse qualcosa cambierà. A tal proposito ci sarà bisogno di allenatori e continuerò a proporre la formazione continua per allenatori, insegnanti e volontari”.

Quali sono gli atleti che rappresentano la sua idea di handball?

Ma senza dubbio ho ammirato, come tutti, Ivano Balic, giocatore incredibile che non ha bisogno delle mie referenze e per le donne il centrale russo Anna Viktorovna Vyakhireva, non altissima, ma veloce e tatticamente invidiabile, ma prediligo, comunque i giocatori che lavorano duro e rapidi”.

Ormai è lontano da tempo dall’Italia, ma riesce a seguire ancora il campionato italiano?

“Grazie alle nuove tecnologie, quando ho tempo, riesco anche a guardare la pallamano e a seguirla: ai miei tempi si partiva dalla serie D ora direttamente dalla B, ho guardato le qualificazioni e vedere la nazionale far fatica con delle squadre con le quali magari l’Irlanda può avere difficoltà, ma non gli azzurri, dispiace. Però vedo che si è fatto molto per la divulgazione dello sport e spero che possa dare con il tempo i suoi frutti”.

Lei ha un curriculum eccellente come coach: le piacerebbe se la chiamassero ad allenare la nazionale del suo Paese d’origine?

“Al di là della soddisfazione che ne potrebbe derivare, credo che essere il selezionatore di una nazionale non sia affatto facile: hai poco tempo per lavorare sul campo in quelle settimane che hai la fortuna di incontrare i ragazzi che hai scelto. Quindi il lavoro di base non è il tuo, ma ti devi fidare di quello dei 200 allenatori di club che hai sul territorio e che allenano le peculiarità degli atleti prescelti: credo che per me che amo il campo una squadra di club che vivi quotidianamente rimanga la scelta migliore”.

Un’ultima cosa: ho letto che si è definito “Giocatore di pallamano per scelta, corridore per necessità” cosa intendeva?

“Io corro continuamente nella vita perché faccio sempre tantissime cose e nel mio tempo libero preferisco spegnere la Tv, ma preparare lezioni per i miei allenatori. Ma al di là delle allegorie, una volta appese le scarpette per rimanere in forma ho iniziato a correre e faccio una quarantina di km a settimana: nel 2011 ho anche corso la maratona di Dublino!”

Qual è il consiglio che darebbe al suo movimento e a tutti quelli che vorrebbero far crescere la pallamano?

“Che bisogna andare nelle scuole, lavorare e crescere dei talenti fatti in casa”.

Un grazie ad Andrea Ongaro per la disponibilità e per la simpatia dimostrata!

E un buon lavoro da Regola19